domenica 6 marzo 2011

La Ricerca della Reale Identità


Pur essendo la Reale Identità (Assoluto, Origine, Dio Immanifesto) non sperimentabile, si può maturare la piena consapevolezza riguardo  alla Stessa. Tale certezza, illuminata dall’Amore, matura con l’immergersi in sé, con il ritrarsi del conosciuto nel “conoscitore”, consapevolizzando la loro unità e maturando la loro eguaglianza, per produrre soltanto pura conoscenza in essere esente da pensieri e rendere possibile l’Estinzione.
Non essendoci esperienza di esserci, durante l’Estinzione non è possibile constatare alcunché, ma una volta ritornata l’esperienza di esserci può emergere l’osservazione: poco fa non c’era esperienza di esserci, ma c’era comunque Qualcosa che non posso definire e nemmeno sperimentare, ma so che si tratta della Reale Identità, di Dio. Così, quello che poteva essere definito il Mistero dei Misteri, cessa di esserlo, definitivamente. Grazie all’Estinzione matura la certezza di tutto ciò che non si è Realmente, cioè che il corpo, le emozioni, i pensieri, l’esperienza di esserci, l’individuo)... sono illusorie espressioni di Se Stessi Dio. Ciò che prima si poteva negare solo indicativamente (in Realtà non sono il corpo, le emozioni, i pensieri...), dopo aver consapevolizzato la prima Estinzione si può negare per accertamento avvenuto.
Per riconoscere la Reale Identità è necessario divenire integralmente Amore e lasciarsi andare all’Estinzione. Riconosco l’Amore unica Verità e Dio unica Realtà. Dio non è Verità, ma Realtà, Origine della Verità esperienziale (Amore) e delle verità concettuali, tra le quali c’è il pensiero Dio è la Reale Identità.
La Verità non è Reale, la Reale Identità non è vera, perché Reale. Ricercare il Reale (Dio, Assoluto, Origine) è ben diverso dal cercare il Vero (Amore), Sua espressione. Il Primo è Reale, il Secondo irReale. I soli pensieri sto cercando il Vero e Sono un ricercatore della Verità, possono creare ostacoli per la Scoperta del Reale. Dio è l’unica Realtà, questa è l’irReale Verità sulla Realtà.
Per farsi e fare veramente del bene è necessario:
- passare dal proiettare il mondo al ritrarlo in sé, che è la vera apertura al mondo, anche perché permette di scoprire il mondo in se stessi individuo, scaturente da Se Stessi Dio;
- passare dall’identificazione fossilizzata con il corpo fisico (io sono il corpo o il corpo è il sé Reale) o con l’individuo (l’individuo è il sé reale), all’indagine consapevolizzante sulla Reale Identità, anche con la domanda: Qual è la Reale Identità?, affinché possa emergere spontanea la risposta: Dio, l’Assoluto.
Qual è la Reale Identità?, non deve però essere lo spunto per un’analisi dell’identità, anche perché la Reale Identità non è analizzabile. Deve servire a svuotarsi dai pensieri superflui e dai contenuti diversi dall’Amore.
La ricerca spirituale non va confusa con l’indagine psicologica. Ambedue avvengono nel tempo, ma la ricerca spirituale tende a scoprire il Senzatempo, anche attraverso la dissoluzione illuminante del pensiero. Più pensa, più l’esserci si segmenta, allontanandosi così dalla Comprensione, possibile soltanto durante la Verità chiamata Amore. I pensieri sono risposte parziali, l’Amore è la Comprensione globale, che può essere nobilitata anche dallo spontaneo costituirsi di constatazioni veritiere scaturenti da una visione globale, ben più ampia e obiettiva di quella satura di pensieri.
È fondamentale focalizzarsi sull’Amore e sulla ricerca della Sua Origine (Reale Identità), per consapevolizzare l’Amore in se stessi e scoprirSi Sua Origine. La capacità dell’Amore e ancor più dell’Estinzione, di trasformare l’esserci, è immensamente maggiore delle possibilità offerte dall’analisi dello stato concettualemotivo, la quale spesso potenzia più i circuiti emotivi e intellettivi viziosi, rendendo possibile soltanto la diversificazione della confusione, non la Liberazione. La qualità dell’utilizzo dei pensieri è determinata sostanzialmente da quanto sono in funzione dell’Amore, mentre in genere sono uno strumento di soffocamento dell’Amore.  
Il convincimento di non essere ancora pronti alla ricerca diretta della Reale Identità e che c’è ancora bisogno di un approccio psicologico[1], può essere un modo di razionalizzare l’incapacità di aprirsi all’Amore, lasciando andare il superfluo. Questo può essere superato anche con l’aiuto della preghiera: Chiedo la riprogrammazione degli ostacoli per la Realizzazione Integrale.
Il concetto per eliminare l’ego (o il “sé”) bisogna prima averlo abbastanza sviluppato, è un altro ostacolo per  la ricerca della Reale Identità. Generalizzando, la necessità di costruire prima un “sé solido”, può essere un’esigenza per insegnamenti basati sulla concettualizzazione dell’io e del suo rapportarsi ideale con altri io. L’esperienza conseguente a un lavoro terapeutico condizionato primariamente dall’Amore, dimostra però che molte volte chi “ha un sé non molto formato”, integra l’esserci più velocemente di coloro che “hanno un sé formato”, soprattutto quando sono intossicati da una grande nozionistica spirituale e psicologica, acquisita senza la necessaria consapevolizzazione.
La spiritualità non è idealizzazione, ma ottimizzazione della vita, integrazione della capacità di Amare in ogni ambito. L’identità immaginata (“sé”) è una patologia. Che senso ha potenziarla, diversificarla, abbellirla, per poi eventualmente curarla?! Prima e meglio si cura la malattia, maggiori sono le possibilità di guarire. L’Amore è la Salute, la miglior Medicina e il miglior Terapeuta. Non sbaglia mai ed è sempre benefico. La ricerca spirituale diretta fa emergere l’Amore e la Salute non può nuocere in nessun caso.
La via più illuminata è la più diretta. È la soluzione ottimale, ma esige la capacità di abbandonarsi a Dio, per ScoprirSi Lui. Molti però, sedotti dai propri e altrui limiti e in fuga dalle proprie e altrui paure, invece di imboccare la strada diretta girano incessantemente attorno a una rotatoria circondata da panelli pubblicitari che cambiano costantemente sfondo. Scorgendo panorami sempre diversi, questi “turisti spirituali” fantasticano di star progredendo sul percorso spirituale, mentre ruotano costantemente attorno all’immaginario se stessi, frullati dai propri e altrui meccanismi limitanti. Vanno comunque compresi, non certamente giudicati, anche perché sono vittime di deleteria ciclicità inconscia. Non possono fare diversamente, condizionati come sono da innumerevoli influssi devianti, anche se molti tra loro immaginano di stare operando delle scelte. Libero arbitrio? Di chi? Libero da cosa?
La Ricerca della Reale Identità esige la fede, non intesa come cieca credenza (che fa rimanere creduloni, anche se ci si ritiene o si è ritenuti dei veri fedeli), ma come apertura all’Ignoto per conoscerLo. La fede è una fase della maturazione della conoscenza, mentre il cieco credere fa parte della fossilizzazione dell’ignoranza. Avere veramente fede (in Dio), non significa nemmeno essere fedeli a dei concetti (su Dio) acquisiti passivamente, senza riflessione illuminante. La piena “fede” in Dio equivale alla piena consapevolezza che in Realtà Si Sussiste Dio.


[1] Solitamente, l’indagine psicologica è sul sé immaginario. La ricerca spirituale non è un processo di cambiamento e abbellimento dell’identità immaginata (sé immaginario), ma favorisce la sua neutralizzazione.

domenica 23 gennaio 2011

L'abbaglio di essere divisi da Dio

- Ricongiungersi a Dio
- tendere a Dio
- avvicinarsi a Dio
- ritornare da Dio
- andarsene da Dio
- perdere Dio
- essere divisi da Dio
- essere vicini a Dio
- essere lontani da Dio...
Sono pensieri che possono essere positivi per stimolare il divenire veritiero, ma possono anche essere fuorvianti e ostacolarlo. Intesi letteralmente sono falsi, non esprimono l’effettivo stato dei processi, ma soltanto delle parvenze causate dalla mente non sufficientemente consapevole, da idee errate su se stessi individuo, sulla Manifestazione e su Dio e dall’ignorare la Loro inscindibilità. Nulla può ritornare a Dio perché niente può scindersi da Lui.
Ogni vicinanza, lontananza, avvicinamento, allontanamento, ricongiungimento… riguardano il tempo e lo spazio e sono quindi inscindibili dalla mente, mentre Dio Sussiste “di là” dalla mente, ma comunque inscindibile da lei. Vicina a Dio, lontana da Lui, divisa da Dio… può essere soltanto l’immagine di “se stessi” (identità immaginata) in relazione a idee, emozioni, immagini, sensazioni... su Dio. Tale vicinanza/lontananza/divisione è sempre immaginaria. L’allontanarsi e separarsi da Dio, l’avvicinarsi a Lui…, sono sostanzialmente fantasie della mente che ignora la Reale Identità (Uno Reale, Dio, Assoluto). Ingarbugliandosi nella matassa del divenire ingannevole l’individuo perde se stesso, perché si allontana dal conoscere Dio come sua Origine e come Reale Identità, ma non può mai veramente allontanarsi o scindersi da Lui, perderLo per davvero.  

Davanti all’Incondizionato,
danza il condizionato:
“Tu ed Io siamo una cosa sola!”.
Kabir  

Per consapevolizzare che non ci può essere alcuna divisione da Dio, è utile che la mente rifletta in modo illuminate sui seguenti quesiti:
- Esiste veramente la divisione da Dio?
- Chi è diviso da Dio?
- Chi immagina di essere diviso da Dio?
- Cosa vuole dire separazione da Dio?
- Da dove sorge la sensazione di essere lontani da Dio? Chi la prova?
- Che cosa significa essere lontani da Dio?
- Chi è lontano da Dio? Lo è veramente?
- Perché la mente immagina la lontananza da Dio?
- Chi e cosa hanno influito sulla convinzione di aver perso Dio?
- Ho perso Dio? L’ho veramente perso? Io, chi io?
- Che cosa significa perdere Dio?
- Che cosa significa ritornare a Dio?
- Chi si dovrebbe ricongiungere a Dio?
- A chi o cosa mi riferisco con il termine io?
- Io chi? Io individuo o Io Dio?
- Chi o cosa è Dio?
 e sopratutto  
- Chi sono in Realtà? o Qual è la Reale Identità?
Per diminuire la possibilità di sviarsi e di sviare fomentando gli abbagli: vicino a Dio, lontano da Dio, diviso da Dio, sulla via del ritorno a Dio…, è importante che nell’utilizzare concetti come andarsene da Dio, ritornare a Dio, ricongiungersi a Dio… l’intelletto tenga presente che si tratta soltanto di metafore.
Quando l’individuo immagina di essersene andato da Dio, per stimolare la sua consapevolizzazione può essere utilizzata l’espressione ritorno a Dio, a simboleggiare il processo di maturazione della consapevolezza e la conseguente diminuzione della sensazione di separazione da Lui.
I pensieri: essere divisi da Dio, essere lontani da Dio e aver perso Dio, dovrebbero essere considerati come espressioni figurate indicanti un basso grado di consapevolezza.
Allontanarsi da Dio e star perdendo Dio, sono invece da considerare come metafore che simboleggiano la diminuzione del grado di consapevolezza.
Il significato sostanziale dell’espressione essersi ricongiunti a Dio simbolizza, nel senso ampio del termine, la Consapevolezza integrale, quando non c’è alcuna sensazione di separazione e la mente è pienamente consapevole della Totalità e della Realtà (Dio); in quello stretto invece, l’Estinzione, quando l’individuo è pressoché dissolto (permangono i processi vitali).
L’incomprensione dell’effettivo significato dei concetti: allontanarsi da Dio, perdere Dio, andarsene da Dio, ritornare a Dio, ricongiungersi a Dio… e che si tratta di metafore, può facilmente stimolare la formazione di ostacoli per il divenire veritiero, tra i quali ci sono il rafforzamento dell’identità immaginata e l’occultamento del fatto che Dio è l’Identità Reale, inscindibile da quella individuale.
Nel caso specifico delle espressioni allontanarsi da Dio e perdere Dio, l’incomprensione del loro effettivo significato può facilmente:
- stimolare la formazione di stati nocivi come ansia, sensi di colpa e di peccato, causati anche dall’abbaglio di essere colui che è diviso da Dio…, anche perché la mente immagina di aver peccato, che ciò non è bene e che quindi deve pentirsi e espiare le colpe per poter tornare a Dio, meritarLo (ho sbagliato/ho peccato e merito di essere diviso da Dio, devo espiare i miei peccati per riunirmi a Dio…);
- fomentare la paura di non riuscire a “ritornare a Dio”, che concorre alla creazione della fantasia del dover patire le sofferenze del cosiddetto inferno e purificarsi nel così detto purgatorio per raggiungere il cosiddetto Paradiso e Dio.

Molti sono convinti di vivere la vita

Molti sono convinti di vivere la vita e addirittura che chi la vive (“loro stessi”) sia reale, il sé reale. Questa fantasia è una conseguenza dell’esistenza dell’identità immaginata (falso individuo) e dell’identificazione con il corpo fisico, le emozioni e i pensieri, per cui si formano concetti come: (io) vivo, (io) sento, (io) mangio, (io) parlo, (io) vedo…, relativi all’idea di essere colui che vive, sente, mangia, parla, vede…
L’individuo non è il sé reale e non vive la vita, è la vita stessa. Sentire, mangiare, parlare, vedere…, sono processi della vita, segmenti dell’individuo.
La presenza dell’identità immaginata fa sembrare che a vivere, sentire, mangiare, parlare, vedere… sia un soggetto particolare e, forse, indispensabile per lo svolgersi della vita. Invece, l’identità immaginata è soltanto un soggetto immaginario, del quale non soltanto la vita può fare a meno, ma anzi, è integrale soltanto quando lui non c’è. La vita è di per sé un’entità e non ha bisogno di qualcuno che la viva.
Durante la Consapevolezza integrale, non c’è un qualcuno (“identità immaginata”) che immagina di vivere, c’è semplicemente la vita integrale. Non c’è la vita concettualizzata (io) vivo, (io) sento, (io) mangio, (io) parlo, (io) vedo…, ma esiste semplicemente la vita, il sentire, il mangiare, il parlare, il vedere…, la vita vive pienamente se stessa, più precisamente è compiutamente se stessa. La vita è un’illusione e l’inganno che ci sia qualcuno che la vive è un abbaglio, un’illusione nell’illusione.

L'esistenza illuminata

L’esistenza illuminante stimola il divenire veritiero. Esistendo in modo illuminante (consapevolizzante) si svolge il proprio “compito fondamentale”, rispettando profondamente la vita che si è come individui. Esistere in modo illuminante per Divenire del tutto è la retta via.

Ma stretta è la porta ed angusta è la via che conduce alla vita, e pochi sono coloro che la trovano. Mt. 7, 14

L’Esistenza illuminata è il costante Alternarsi della Consapevolezza integrale con l’Estinzione. Implica la consapevolezza che, in Realtà, non si è colui che vive e nemmeno la vita stessa, ma l’Origine (Reale Identità, Dio, Assoluto) di ogni vita. L’Esistenza illuminata è l’Esistenza Divina osservata dalla prospettiva dell’individuo.

Amore e Conoscenza


L’etica del divenire intende stimolare la crescita della qualità di emozioni, idee e azioni. Questo proposito trova riscontro in altri sistemi etici. I fenomeni che di solito sono definiti come male: malattie, guerre, omicidi, suicidi, soprusi, crimini…, sono, infatti, primariamente sia conseguenze sia ragioni di: 
- emozioni nocive: rabbia, gelosia, paure, sofferenza, invidia, astio, odio, insoddisfazione, ira, tristezza, ansia… In generale di emozioni le cui vibrazioni non sono sufficientemente armonizzate con quella dell’Amore;
- pensieri nocivi: razzisti, di superiorità, di inferiorità, pensieri bellicosi… Nel senso stretto del fenomeno, di idee che si formano come conseguenza di emozioni diverse dall’Amore; 
- manifestazioni e comportamenti nocivi: attaccamento al potere, manipolazione, meccanismi comportamentali controproducenti, frustrazioni, depressione, reazioni dannose, complessi, sensi di colpa, conflitti interiori e “esteriori”, vendicatività, avidità, lussuria, tendenza a dominare, repressione della sessualità, bramosia, accidia, dipendenza…
Questi fenomeni distruttivi sono tutti caratteristici della consapevolezza parziale, non sufficientemente matura. La Consapevolezza integrale è invece caratterizzata dalla Pace, dall’Amore e dalla Conoscenza di Se Stessi (Reale Identità, Dio, Sé, Assoluto, Realtà). 
Per essere trasformato positivamente, il circolo chiuso e vizioso del basso grado di consapevolezza ha bisogno di un elemento nuovo: dell’apertura all’Amore. Per fare veramente del bene bisogna consapevolizzarsi. Più si è consapevoli, meglio si aiuta il mondo. L’Amore e la Conoscenza di uno sono di beneficio a tutti (che sono Uno): l’etica del divenire è l’etica dell’Amore e della Conoscenza.
L’avvicinamento alla conoscenza di Se Stessi riduce la distanza dall’Amare.
Più si è vicini a ConoscerSi, più si è consapevoli dell’Unità e questo favorisce l’Amore.
Le guerre, generalmente considerate uno dei mali maggiori, hanno di solito anche una forte componente religiosa, contaminata dall’ignorare Dio (Reale Identità), cioè Se Stessi: Conoscere Se Stessi significa Conoscere Dio. Di solito chi crede in Dio (perché non Lo Conosce) ha molteplici idee fuorvianti su Lui, che molto spesso scambia per Dio. Così, in nome di ciò che immaginano essere Dio, alcuni individui combattono e uccidono altri perché hanno idee su Dio diverse dalle loro. La mente veramente consapevole di Dio, è libera da idee bellicose derivanti dal concetto Dio, perché sa perfettamente che Dio è Uno, l’Origine di ognuno.   
Chi conosce veramente Dio, Lo “vede” in tutti e Ama tutto. Per la mente che Lo Conosce, non ci sono uomini senza Dio, non ci sono infedeli da combattere, ma ci sono menti che Conoscono Dio e altre che Lo ignorano.


Principio base dell'etica spirituale


Il principio fondamentale dell’etica del divenire è: il bene è ciò che stimola il divenire veritiero, il male è ciò che lo ostacola. Chi sollecita la consapevolizzazione (si) fa del bene, chi lo ostacola (si) fa del male. Da questa prospettiva, la qualità di un processo (azione, emozione, idea…) è determinata da quanto stimola o ostacola la maturazione della consapevolezza. Più la favorisce, più è etico.
Per meglio comprendere la fondatezza di questi concetti e l’utilità di applicarli, è produttivo considerare l’apporto dato all’evoluzione dell’umanità da chi è Divenuto del tutto, per esempio: san Tommaso d’Aquino, Buddha, Beethoven, Bernini, William Blake, Bramante, Santa Caterina da Siena, Chuang-Tzu, Marie Curie, Democrito, Eratostene, Enrico Fermi, Fibonacci, Galeno, Gesù, Kabir, Herman Hesse, Ippocrate, Giovanni Keplero, Platone, Socrate, Ramakrishna, Tagore, santa Teresa d’Avila, santa Teresa di Calcutta, Tolomeo, Voltaire.


Quando un’azione è giusta o sbagliata?

Quando un’azione è giusta o sbagliata? e Qual è il principio che decide che cosa è il bene e che cosa è il male?, sono tra le domande fondamentali alle quali cerca di rispondere l’etica.
Le risposte sono inevitabilmente suggestionate dalle rappresentazioni delle menti. Alcune definiscono come male ciò che altre caratterizzano come bene e viceversa. I concetti etici non sufficientemente qualitativi, ma anche quelli di qualità utilizzati malamente, fanno facilmente smarrire molti processi mentali in un turbine di nozioni, credenze, dogmi, valori, emozioni, immagini…, spesso contrastanti tra loro e non in linea con le esigenze vere dell’individuo. Questo produce conflitti interiori che possono sfociare in “esteriori”: litigi, vendette, violenza, omicidi, scontri armati, fanatismo, estremismo, terrorismo… Per far sopravvivere le proprie idee sul giusto e sullo sbagliato, sul bene e sul male, alcuni uccidono e altri si fanno ammazzare. Molti si ritrovano così a fare ciò (uccidere) che, di solito, definiscono male, in nome di ciò che chiamano bene, giustificando questa trasformazione con la fallace scusa di agire in nome del bene o della volontà Divina.
Per ovviare a tutto questo c’è bisogno di un’etica universale. Uguale per tutti, costante, semplice e coerente in ogni aspetto, come l’etica del divenire che trova fondamento nell’esigenza sostanziale di divenire con qualità, rispettando così pienamente il valore della vita umana.

Società, istituzioni e spiritualità

La società e le istituzioni sono processi del divenire e possono essere utilizzate per stimolarlo oppure per ostacolarlo. Consapevolizzando che non sono un qualcosa di esteriore, ma avvengono in lei e sono sue proiezioni in se stessa, la mente ne fruisce per stimolare la maturazione della consapevolezza. Immaginando invece che si tratta di fenomeni esteriori, può essere facilmente soggetta a conflitti, consci o inconsci, con la società e le istituzioni, i quali ostacolano il divenire veritiero e nuocciono così al singolo e alla collettività.
Questi conflitti possono esprimersi anche attraverso il concetto: non mi ritrovo nella società, c’è qualcosa che non va in me (la società è a posto, sono io a non essere a posto) ed essere ragione di disagio e di crisi esistenziali. Alcune menti cercano di alleviare tale malessere cambiando convincimento: io sono a posto, la società non va bene (la società è sbagliata, non io). Si tratta però soltanto di una sostituzione di convincimenti, non di una soluzione qualitativa.
Quando ci sono conflitti, è sempre la mente a non essere a posto, perché non sufficientemente consapevolizzata. I conflitti sono sostanzialmente sempre scontri di segmenti della mente con altre sue parti. Ciò che sperimenta e definisce come “se stessi” (identità immaginata) è un suo aspetto, così come ciò che sperimenta e interpreta come società o istituzione. La mente può effettivamente trascendere i propri conflitti soltanto consapevolizzandosi, solamente così può veramente pacificare i suoi segmenti conflittuali.
Dalla prospettiva dell’identità immaginata, riflettere riguardo al suo posto nella società può essere (pro)positivo, ma è comunque deviante perché si tratta di una prospettiva ingannevole, falsata dall’identificazione con il corpo, le emozioni e i pensieri e dal conseguente abbaglio di essere soltanto una parte della società e di dover trovare posto nella società, mentre in effetti, la società avviene nella mente che la sperimenta, e in Realtà Si Sussiste Origine di ogni mente e quindi anche della società.
L’immaginazione di essere (in Realtà) chi fa parte della società è un grande ostacolo per l’esprimersi qualitativo della mente nella collettività. La mente fa parte della società, la quale a sua volta appare soltanto nelle menti che la sperimentano. La Reale Identità (Tu Assoluto) è l’Origine di tutte le società e istituzioni esistite, esistenti e che esisteranno. Le domanda Perché la società scaturisce da Me Assoluto? e Cosa ci fa la società in me individuo? sono molto più opportune di Qual è il mio posto nella società? Questi concetti potrebbero sembrare molto lontani dalla concreta vita quotidiana e dalle sue esigenze. Invece, utilizzati in modo illuminante sono dei principi guida molto qualitativi per sperimentare e interpretare la società da una prospettiva sempre più integrale, per meglio comprendere i processi della società e come interagire qualitativamente con i suoi componenti.
La maturazione della consapevolezza è la soluzione fondamentale per la risoluzione dei conflitti con la società, le istituzioni e in generale, anche perché la mente non sufficientemente consapevole è suggestionata nocivamente dai processi mentali collettivi. Per la mente che si consapevolizza qualitativamente, diminuiscono la rilevanza di ciò che accade nel mondo e l’influsso nocivo della società, anche perché matura la sua certezza che il mondo è irReale.
Essendo la qualità (grado di consapevolezza) delle menti che compongono le società attuali molto bassa, la società non è certamente un punto di riferimento qualitativo per la mente che vuole guarire dall’ “inconsapevolezza”. La società non deve però essere nemmeno oggetto di scontro. La mente in conflitto con il sistema sociale, la società e le istituzioni nuoce a se stessa e ad altre menti. Producendo conflittualità, la crea sostanzialmente in se stessa, ma stimola contrasti anche in altre menti e questo si ripercuote negativamente su di lei. Per divenire in modo veritiero è indispensabile che la mente stia dalla parte del proprio e altrui divenire, che parteggi per la Pace e l’Amore.
Ciò non significa che la mente deve approvare “tutto” ciò che scaturisce dalla società e dalle istituzioni, anzi. La riflessione illuminante e l’esposizione consapevolizzante delle proprie idee sulla società, sulle istituzioni e in generale, stimola il divenire veritiero e contribuisce a migliorare, non soltanto a cambiare, la società e le istituzioni. Anche la mente Divenuta del tutto può essere resa partecipe di un conflitto con la società e le istituzioni, ma in ciò rimane sostanzialmente Quieta. Sono altre menti a essere in conflitto con lei, non lei con altre menti. Lei effonde costantemente Pace e Amore.
Particolarmente gravi per il divenire veritiero sono i conflitti con la religione e con le istituzioni che la rappresentano, soprattutto se si tratta della religione cui “appartiene” la mente in questione o della religione dei suoi avi. I processi (forme emozioni, forme pensiero, forme immagine e altri processi) relativi alla propria religione e a quella dei propri antenati, sono elementi importanti del divenire della mente e quindi sono tra i “meno indicati” per essere oggetto di conflitti. Se ci sono tali conflitti e se la mente vuole divenire qualitativamente è indispensabile che li consapevolizzi, anche per fruire positivamente dei processi benefici della stessa religione, discernendo gli elementi veritieri della religione da quelli ingannevoli.


La mente quieta è fonte di soluzioni

Per aumentare la qualità della risoluzione dei problemi, la mente non deve rimuginare sui loro come e perché e sulle risoluzioni che crede siano le migliori. Deve quietarsi per lasciar emergere le risposte essenziali. Cercare di comprendere per forza i (presunti) perché, le (presunte) conseguenze, le (presunte) cause…, può facilmente essere un modo della mente:
- di turbarsi e ostacolare l’emersione di risposte qualitative;
- di opporsi alla maturazione della consapevolezza;
- di aggrovigliarsi e perdersi nei meandri del concettualizzare non consapevole, alla ricerca di fuorvianti risposte dualistiche, mentre quelle fondamentali non lo sono. Cercando risposte in modo poco consapevole, la mente induce anche la formazione di risposte poco veritiere, condizionate da forme pensiero ed emozione limitanti e devianti;
- di sforzarsi per mantenere il controllo che immagina di avere. Questo dimostra la sua incapacità di abbandonarsi alla Reale Identità ed è un ostacolo per la risoluzione dei problemi;
- di immaginare di star trovando le vere ragioni, mentre sta soltanto girando attorno ai propri abbagli, fuorviata dal tentare di definire la causa di ciò che è:
• senza una ragione precisa, nel senso che è una conseguenza di processi onnicomprensivi (tutti i processi influiscono in una certa misura su tutti i processi);
• fondamentalmente senza ragione, perché avviene come conseguenza delle cause effettive che, essendo sul piano della Coscienza, precedono la ragione. In base al sapere con cui è programmato, l’intelletto può definire una miriade di ragioni (cause) e molteplici possibili conseguenze. Queste definizioni possono essere più o meno qualitative, ma non possono in alcun modo cogliere veramente nel segno. Nell’ambito della Coscienza non ci sono né pensieri, né avvenimenti, né emozioni, né immagini, né tempo, né alcuna ragione (definibile intellettualmente), ma ci sono processi di là della comprensione. Le cause effettive sono sempre incomprensibili.
Quando passeremo oltre la comprensione, avremo la Conoscenza. La ragione fu l’aiuto, la ragione è l’ostacolo. - Sri Aurobindo
Divenire veramente coincide con il quietarsi della mente, non con il suo turbarsi con analisi nocive che spesso diventano analisi dell’analisi dell’analisi dell’analisi…
Per fare l’acquisto migliore è più saggio paragonare i prezzi di mille negozi, oppure venire a sapere direttamente qual è il negozio ottimale per l’acquisto?!

Non falcidiarti l’intelletto con domande
sul come e sul perché!
Cogli semplicemente la pienezza del presente che è.
Siilo pienamente.


Cambiare il mondo è facile, ben altra cosa è renderlo migliore


Cambiare il mondo è facile. Ogni azione, ogni emozione e ogni pensiero lo mutano. Ben altra cosa è renderlo migliore, creare condizioni migliori per il divenire collettivo, per il BenEssere collettivo. Se si vuole aiutare a migliorare la qualità del “mondo collettivo”, bisogna accrescere quella del proprio mondo, consapevolizzandosi, anche per essere meno condizionati nocivamente dalla schizofrenia collettiva, determinata da emozioni e pensieri di bassa qualità, dal percepire il mondo come (se fosse) reale e dall’immaginare la separazione che non c’è.

Soltanto quando sarai libero dal mondo, potrai fare qualcosa per aiutarlo. - Sri Nisargadatta Maharaj

Per capire ancora meglio che consapevolizzarsi è l’aiuto primario che si può porgere all’umanità, è utile riflettere in modo illuminante sul contributo dato al genere umano da chi è Divenuto del tutto. Le più grandi opere dell’umanità sono in gran parte il risultato delle loro attività. Si provi a immaginare un mondo senza le opere di Aristotele, Archimede, Buddha, Gesù, Confucio, Copernico, Cartesio, Mosé, Lao Tzu, Leonardo, Tesla, Michelangelo, Marie Curie, Mozart, Gutenberg, Planck, Keplero, Kant, Newton, Galileo, Bohr, Jung, Goethe, Tolstoj, Gandhi, Voltaire. Si tratta di ventisei individui su miliardi e miliardi di vissuti. Una percentuale infinitesimale, eppure questi ventisei hanno influito in modo determinante sull’evoluzione dell’umanità. Si consideri inoltre che le loro opere scorgibili (scoperte, trattati filosofici, insegnamenti spirituali, opere d’arte, guarigioni, cosiddetti miracoli, insegnamento spirituale verbalizzato…), sono soltanto una parte del loro contributo. L’apporto primario di chi è Divenuto del tutto consiste nel Suo incessante influsso consapevolizzante sui processi collettivi, con il quale incide enormemente sulla collettività, anche rimanendo sconosciuto, soprattutto su chi è aperto al Suo influsso benefico. 

La mia realizzazione è di aiuto agli altri? Sì certamente. E’ il miglior aiuto possibile. - Ramana Maharshi 

Chi è Divenuto del tutto fa volontariato ventiquattro ore al giorno per il mondo intero,  anche “non facendo nulla di tangibile”. L’Alternanza tra la Consapevolezza integrale e l’Estinzione è il maggior aiuto per la collettività. 

Colui che conosce questo supremo Brahman, costui diventa [il medesimo] Brahman. - Mundaka upanishad III, 2,9